Un sogno diventato realtà: Il Colle del Corsicano, vignaioli in Castellabate.

“Quando un forestiero viene al Sud, piange due volte: quando arriva e quando parte” è la famosa frase citata da Siani nel film Benvenuti al Sud e non posso che confermare! Trascorrendo una vacanza a Castellabbate (SA), set del film, oltre alle indiscutibili bellezze paesaggistiche, mi sono appassionato sempre più alle prelibatezze enogastronomiche del territorio.

Non ho potuto far a meno di assaggiare i vini dei produttori più famosi di questo territorio, ma grazie ad un’amica, Flavia Grande, nativa di Castellabate, ho conosciuto anche l’azienda Colle del Corsicanoportata avanti egregiamente da Alferio Romito, un giovane ragazzo di trent’anni. La curiosità mi ha spinto subito ad assaggiare i vini di questa azienda.

La famiglia Romito produce olio e vino da trent’anni, principalmente vino sfuso. Alferio era ben consapevole, sin da piccolo, che per realizzare il sogno di produrre un vino tutto suo, erano necessarie la conoscenza e molta esperienza, dunque, dopo aver ottenuto il diploma da perito agrario presso l’Istituto tecnico agrario di Eboli, proseguì gli studi in Viticoltura ed Enologia con il Prof. Luigi Moio presso l’Università di Napoli Federico II, con tesi di laurea sul fiano del Cilento; concluse gli studi con la laurea magistrale in scienze e tecnologie agrarie. Iniziò così la sua esperienza lavorativa e formativa presso l’azienda vinicola Luigi Maffini. Nel 2013 decise di cambiare completamente l’azienda di famiglia mettendo in campo tutte le sue conoscenze per produrre vini di qualità, fonda, così, Il Colle del Corsicano.

L’azienda al momento è estesa per otto ettari di cui tre vitati a Punta Licosa con i vitigni a picco sul mare e produce un totale di 14.000 bottiglie divise per tre tipologie di vini: un rosso (aglianico), un bianco (Fiano) e un rosato (aglianico) e da qualche anno ha iniziato la conversione biologica che ha certificato per la prima volta a partire dal 2020.

Ho scelto di assaggiare il LICOSA, un fiano in purezza e il PATRINUS, composto dal 95% di Aglianico e il 5% di primitivo.

Le bottiglie si presentano molto bene, il vetro è robusto e sono avvolte da una velina bianca che le rende ancora più eleganti, una cura dei dettagli che a me piace molto e che accresce il loro valore. 

A causa delle restrizioni dovute dal Covid 19 non ho potuto degustarli con amici come faccio di solito, quindi li ho aperti in due diverse occasioni.

Mentre stavo strappando il primo vino degustato, mi sono reso conto che non c’era il tappo di sughero, ma un tappo tecnologico. Alferio mi ha spiegato che per i suoi vini ha scelto di utilizzare questi tappi per evitare il rischio di contaminare il vino con il classico “sentore di tappo” di cui è responsabile un fungo: l’Armillaria Mellea, parassita della quercia da sughero. Il tappo in questione è prodotto dall’azienda Nomacorc con gli scarti della lavorazione della canna da zucchero. Ovviamente permette comunque la micro ossigenazione anche per lunghi affinamenti, fino a 25 anni; in base al tappo che viene scelto si può sapere quanti mg/l  di ossigeno all’anno entrano nei vini, assicurando una chiusura ermetica. Secondo me è un’ottima scelta se si vuole preservare al meglio e negli anni un vino di qualità; l’unica pecca di questa tipologia di tappo, a mio avviso, è l’impossibilità di utilizzare il coravin.

Ho iniziato stappando il Licosa Fiano Cilento Doc 2019. Il vitigno è situato nei terreni sabbiosi di Punta Licosa e la raccolta delle uve viene effettuata esclusivamente a mano. Il vino, subito dopo la fermentazione di circa 40 giorni, affina per sette mesi in silos di acciaio a temperatura controllata prima di essere imbottigliato. 

Nel bicchiere presenta un colore giallo paglierino con leggeri riflessi verdognoli; al naso è intenso, emana sentori fruttati dimela, pera, ananas e note agrumate come il limone e pompelmo, ma anche note che variano verso il floreale, vegetale e speziato, come la ginestra, la salvia e il rosmarino. La sua mineralità è disarmante. In bocca è sapido, chiudendo gli occhi sembra di respirare la salsedine del mare. È bilanciato ed elegante, morbido e persistente.

Patrinus Aglianico Paestum Igp 2019.  Prodotto una parte su Punta Licosa e una parte a contrada Franco, affina per 3-4 mesi in barrique di 2°e 3° passaggio per poi passare in acciaio prima dell’imbottigliamento. Presenta un colore rosso rubino tendente leggermente al violaceo. Al naso i profumi sono intensi: frutti rossi come le more, ciliegie e mirtilli, poi di liquirizia, sottobosco e di fiori come la viola, ricorda molto la macchia mediterranea, ha una leggera nota di cannella e un accenno di balsamicità. In bocca risulta ricco, corposo, con tannini importanti ma equilibrato dalla sapidità e dalla mineralità. Ha un’ottima persistenza ed eleganza.

Mi sono veramente piaciuti questi vini e spero che Alferio porti avanti questo sogno che si sta realizzando passo dopo passo grazie al suo grande impegno. Complimenti e continua su questa strada che è quella giusta! 

 

 

 

 

 

 

2 commenti

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